La chiesa arcipretale di Calcio

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La chiesa arcipretale di Calcio

Arrivando nei pressi di Calcio è impossibile non ammirare  la 'grandiosa' mole della sua chiesa.  Essa infatti "supera nelle sue dimensioni il vicino, rinomatissimo santuario di Caravaggio, la cattedrale di Brescia, le chiese di San Fedele, di San Vittor e tutte le altre maggiori di Milano, salvo il Duomo" così scriveva lo storico D.Muoni, nel 1875, a chiesa non ancora ultimata.  All'interno della chiesa  la lunghezza massima è di 69 metri, e la larghezza massima di 33, all'esterno il tempio misura 76 metri per 36,  La facciata, sormontata da cinque statue, è alta 33 metri al vertice del timpano, mentre la cupola, ricoperta con ardesie di Savoia, svetta per un'altezza di 64 metri alla sommità della croce, è per dimensioni la seconda della Lombardia.  Dedicata a San Vittore Martire, rappresenta con la sua imponenza: la convinzione, il lavoro, la generosità e la fede  del popolo di Calcio.

La vecchia chiesa di Calcio aveva bisogno di un ampliamento non essendo più in grado di accogliere la popolazione, nel 1750 riprese corpo il progetto, che si era trascinato per decenni senza mai giungere a buon fine, di costruire una nuova chiesa al posto di continuare a spendere denaro per un vecchio edificio. l'impulso venne dato dal  Marchese Marco Secco d'Aragona che mise a disposizione il campo denominato “Brama” (nome che ancora adesso si usa per chiamare la grandiosa piazza antistante la chiesa) a livello perpetuo per un canone simbolico di due capponi ogni anno e di una messa perpetua dopo la sua morte. Con grande fervore ; l'arciprete Gaspare Ludovico Orsi commissionò il progetto all'architetto ingegnere Giuseppe Foscagni, il Vescovo di Cremona autorizzò una questua straordinaria e concesse l'indulgenza episcopale a chi avesse prestato la sua opera gratuitamente la domenica, e nel 1762, dopo la posa della prima pietra, iniziarono i lavori.  Ma erano moltissimi a pronosticare che la nuova chiesa sarebbe stata iniziata, ma mai finita. I milanesi, dopo ben quattro secoli, non erano ancora riusciti a terminare il Duomo, ma la sfida che si erano posti gli abitanti di Calcio era infinitamente più ardua. Un borgo poverissimo, che superava di poco i duemila abitanti, si accingeva a costruire un tempio imponenete. Tutta la popolazione rispose con slancio: muratori, carpentieri e manovali, lavorando gratuitamente la domenica, i carrettieri, trasportando gratuitamente il cemento, la sabbia e i mattoni, i contadini, estraendo in loco la ghiaia, i sassi e parte della sabbia, e i proprietari terrieri fornendo il legname e sussidi. Il progetto era ambizioso anche dal punto di vista ingegneristico. Il tempio, a differenza del Duomo che ne aveva 54, non avrebbe dovuto avere alcun pilastro interno, e avrebbe dovuto sorreggere una cupola di notevoli proporzioni. Per trasformare in verticali le spinte orizzontali che sarebbero venute dal tetto e dalla cupola, le pareti laterali furono costruite con un doppio muro, con precipizi vuoti fra il muro interno ed esterno. Però, dopo dieci anni, la popolazione di Calcio dovette arrendersi; i lavoratori erano stremati, le risorse esaurite. I lavori furono interrotti con i muri a circa due terzi dell'altezza che avrebbero dovuto raggiungere. Si ricoprì alla meglio, furono lasciate le impalcature con l'intenzione di riprendere i lavori e si ricavarono, nelle poche parti ricoperte, alloggi per le famiglie indigenti.  Nel 1835 l'arciprete Paolo Lombardini, diede nuovo impulso alla costruzione;  furono commissionati all'architetto Giacomo Bianconi una modifica del progetto originale e un prospetto delle spese, che furono calcolate dal medesimo in 230.000 lire austriache a cui andavano aggiunte  90.000 lire per la cupola, alla quale però egli suggerì di rinunciare in quanto troppo onerosa.  Nel 1848, dopo aver persino invocato inutilmente un aiuto dall'imperatore d'Austria, i lavori si fermarono e ripresero solo 20 anni dopo,  don Giuseppe Mainestri succeduto a don Lombardini, dopo aver accumulato per due anni i materiali necessari, chiamò l'architetto Carlo Maciachini per commissionargli il completamento. L'architetto scoraggiato dalla mole di lavoro, fu convinto dalla popolazione assumere la direzione dei lavori e  finalmente la chiesa venne completata, con tanto di  cupola che nel progetto dei decenni precedenti era stata stralciata. Il 29 ottobre 1880, alla presenza dell'Arcivescovo di Milano, Monsignor Luigi Nazzari di Calabriana, e del Vescovo di Crema, Monsignor Francesco Sabbia, il Vescovo di Cremona, Geremia Bonomelli, consacrò la nuova chiesa. L'interno naturalmente era spoglio, anche se sui pennacchi della cupola erano già stati eseguiti affreschi dal pittore Bergamasco Giacomo Trecourt, integrati e in parte sostituiti da Antonio Guadagnini nel 1876. Vennero inoltre trasferite dall'oratorio di San Rocco e dalla vecchia parrocchiale diverse tele, fra cui una rappresentazione della Vergine con Bambino assisa su delle nubi e attorniata da angioletti, con accanto Santa Caterina, la medesima santa è dipinta vicino a un orante al quale indica la visione paradisiaca; ai piedi una suggestiva veduta di Calcio del 1600, che la fantasia del pittore ha proiettato come se fosse stata ripresa dall'alto. La tela è di Marcantonio Mainardi, detto il Chiavechino, di epoca prossima all'anno 1600. Sulla stessa parete, di uguale grandezza, si trova una pregevole copia di autore ignoto di un dipinto di Enea Salmeggia del 1610, raffigurante la Vergine con San Rocco, San Francesco e San Sebastiano, mentre l'originale, un tempo custodito anch'esso nell'oratorio di San Rocco, è stato trasferito nella Pinacoteca di Brera. Dalla vecchia Pieve venne invece portata una tela ad olio del XV secolo di Aurelio Gatti, detto il Soiaro, raffigurante l'Ultima Cena; si ignora invece la provenienza di una piccola tela ad olio rappresentante San Rocco, di fattura settecentesca. Nel 1906 il pittore Giacomo Campi eseguì un affresco dietro l'altare e altri due sulla parete di ingresso, mentre gli affreschi sulla volta e sul catino dell'abside furono eseguiti nel 1934 da Umberto Marigliani, che dipinse anche un Battesimo di Cristo nella Cappella del Battistero. Dello stesso anno è un affresco eseguito da Mario Albertella nella Cappella del Crocefisso. Il vecchio altare fu sostituito nel 1940 con un altare imponente abbellito con delle sculture marmoree di Pietro Ferraroni. Notevole è anche il patrimonio scultoreo, a partire dalle cinque statue di santi, scolpite da D. Belcaro che sormontano la facciata. All'interno, in dodici nicchie, si trovano le statue dei dodici apostoli eseguite dal conte Gerolamo Oldifredi Tadini, le statue lignee di Cristo Morto (1731), San Gottardo (1627), San Carlo (1674), San Biagio (1738) e San Vittore (XVIII secolo). Vicino all'ingresso troviamo la statua di un angelo adorante, che un tempo ornava il vecchio altare maggiore, e negli altari laterali vi sono una statua della Madonna Immacolata e della Madonna del Rosario, entrambe di fattura recente. Nella sacrestia è inoltre conservato un prezioso ostensorio del 1760 di Antonio da San Benedetto, alcune piccole tele del XVII e XVIII secolo, fra le quali spicca una pregevole “Cena” di Emmaus.